La stagione che non c’era

La stagione che non c’era

Nene, un giovane artista ossessionato dalla possibilità che non resti alcuna traccia di un Paese che finisce, si impone di salvare la memoria del suo mondo sull’orlo del precipizio trasformandolo in un’opera d’arte. Eliza, una bambina fantasiosa di otto anni determinata a fermare il tempo per non dover crescere, parte alla ricerca avventurosa del padre. La madre di Elisa, Merima, una giovane socialista audace, ingaggia una lotta donchisciottesca contro il risveglio del nazionalismo dilagante tra i suoi concittadini.

Un romanzo sulla radicalità dell’infanzia, sul ruolo imprescindibile dell’arte, sulla fine della giovinezza e delle utopie.

«Nene si domandava se fosse possibile catturare il momento esatto in cui una storia cambia radicalmente e quel che pareva un tranquillo susseguirsi di eventi si trasforma in un ruzzolone giù per il dirupo con la prospettiva di uscirne con le ossa rotte. Se esistesse una pinzetta in grado di estrapolare gli istanti dalla massa del tempo, sarebbe possibile individuare quel momento e con la pinzetta cavarlo fuori? E facendolo, ci si salverebbe o il buco lasciato nell’impasto del tempo lo farebbe collassare su se stesso?»

Dopo anni passati a cercare di affermarsi come artista in una Sarajevo bohémien alla fine degli anni Ottanta brulicante di vita e sperimentazioni, vinto dall’indolenza Nene torna nella sua piccola cittadina di confine per allontanarsi dagli stravizi della capitale e dedicarsi a creare finalmente una sua opera d’arte.

Qui i suoi dilemmi si intrecciano con quelli di Eliza, una bambina di otto anni dalla sconfinata immaginazione, che fantastica di un viaggio all’altro capo della nazione per conoscere il padre che non ha mai visto, che in famiglia è un tabù, e da cui ha ricevuto solo un enigmatico biglietto, un cartoncino dotato di un minuscolo bottone da cui, premendolo, si diffonde la melodia di Per Elisa di Beethoven.

Nella sua piccola città d’origine Nene ritrova anche Merima, l’amica dei tempi della scuola nonché la madre di Eliza, una ragazza ferita dall’amore, che si porta dentro un segreto pesante, ma galvanizzata dalla passione per il socialismo e l’impegno politico volto a contrastare i venti burrascosi dell’epoca.

È il 1990 in Jugoslavia: mentre il resto dell’Europa festeggia la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, qui iniziano a risvegliarsi pericolosi fantasmi di vecchi odi e memorie identitarie rancorose, nonostante ci siano ancora persone e progetti politici impegnati a contrastare il peggio. È un momento in cui tutto si muove, ogni cosa è ancora possibile, ogni direzione è percorribile e il peso della bilancia può ancora pendere da un lato o dall’altro. Ormai è chiaro: da un lato c’è l’abisso. C’è chi non vuole vedere, chi si aggrappa alla speranza, molti in silenzio e di nascosto iniziano a cambiare, a prepararsi per qualcosa di cui ancora si tace, per scaramanzia, per non risvegliare un mostro assopito.

Sempre più persone si domandano: Questo Paese resisterà? E se scomparirà il Paese che cosa ne sarà di noi? Qualcuno saprà che cosa è stato questo Paese? Che cosa è stato il socialismo in Jugoslavia? Rimarranno dei reperti, tracce di quello che siamo stati?

“Queste stesse domande che accendono la creatività di Nene nell’immaginare un’opera d’arte che idealmente si rivolga a un archeologo futuro, sono  alla base del mio desiderio di provare a raccontare quel momento storico. L’idea di un’opera d’arte come reperto di un mondo che scompare è il manifesto di quello che per me è la scrittura: un modo per raccogliere frammenti e rimettere insieme ciò che è scomparso, che si tratti di un Paese, di una lingua, di una società, di una famiglia, di un amore o di un padre.

Nene fa con l’opera d’arte quello che io faccio con questo romanzo. Il suo è il punto di vista di un giovane, il mio alter ego adulto da contrapporre allo sguardo della bambina Eliza, perché era il mio sguardo, quegli eventi io li ho guardati con gli occhi dell’infanzia, radicali e immaginifici.

La figura della pasionaria Merima mi ha permesso invece di dare voce a tutti coloro, ed erano in molti a dispetto del risultato finale, che hanno creduto fino alla fine all’evitabilità della guerra e alla indistruttibilità del sogno jugoslavo e la cui fiducia nel futuro e nella capacità di incidere nella società con le proprie scelte è stata devitalizzata.

Da molto tempo volevo raccontare il momento prima dell’inizio della guerra, quindi 1990/91. La guerra, oltre ad aver distrutto il presente e il futuro di un Paese, ha anche messo in ombra quello che quel Paese aveva provato a costruire, l’utopia di un mondo plurale che è collassata di fronte al risveglio dei nazionalismi. Tutto questo, mi rendo conto, risuona con il nostro presente.

Mi è sembrato importante tentare di restituire la polifonia e la varietà di sfumature di un mondo che spesso viene liquidato sbrigativamente e di cui si conoscono poco le ambiguità e le preziose singolarità.

Ho seguito i destini di persone comuni prendendo ispirazione dalle persone che ho conosciuto o dai ricordi che sono riuscita a raggiungere nelle profondità della memoria. Ho intrecciato queste vite alla grande Storia che ho ricostruito ricorrendo agli archivi della stampa dell’epoca, cercando di seguire le correnti del tempo e di capire come si arriva alla fine del mondo e se è possibile capirlo prima ed evitarlo.”

Elvira Mujčić

La stagione che non c’era è vincitore del 45° Premio Comisso per la Narrativa.

Pubblicazione
26/08/2025
Editore
Guanda